Oltre la diga della sclerosi dei sentimenti sopiti, poesie di Maria Teresa Manta

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Nasce da un dolore insopprimibile la poesia di Maria Teresa Manta e di questo dolore si nutre negli accenti, nelle pause, nella scelta delle parole. A dominare la scena poetica è l’antitesi presenza-assenza del figlio perduto eppure sempre presente, miracolosamente capace di “colorare i sogni”, a volte gigantesco nel suo potere di restituire l’amore, a volte indifeso, “perso nel vento, nel buio… nel gelo della notte”. Accanto a cenni velati di una violenza subita, di un odio nocivo e pericoloso, di sentimenti di vendetta, forse un po’ oscuri per il lettore, c’è incontrastato l’angoscioso sentimento del vivere dopo una mutilazione, c’è il pianto senza speranza di chi è stato privato del suo bene più prezioso. C’è il lamento. E come in tanta parte della tradizione poetica, da quella greca a quella novecentesca, il tema del “lamento” si colora a volte di parole antiche come “nettare” e “miele” quasi a reificare la dolcezza perduta, a volte di quegli elementi della Natura che più sembrano vicini alla solitudine umana, come il sole e la luna, lontani e partecipi, partecipi ma lontani, e a volte si fa aspro e “urlato”. Il dolore gridato non trova sempre la stessa modalità espressiva: è inefficace quando l’autrice fa ricorso ad un uso smodato e troppo frequente delle lettere maiuscole e in questo modo allontana il lettore, lo sopraffà, come se lo ritenesse insensibile e incapace di capire, come se solo l’enfasi grafica potesse scuoterlo; ma diventa formidabile nella lirica intitolata “Vorrei” dove, maiuscole a parte, la madre abbandonata vorrebbe tramutarsi in specchio, spugna, olio, luce, vento, pioggia, duna per nascondere o lenire il dolore proprio e altrui. E davvero la voce dolente rifiuta la rassegnazione, si ribella all’ingiustizia della morte, all’insensato scorrere del tempo, un tempo che non ha più significato se c’è lutto, se c’è abbandono. Spesso la voce poetica è poco sorvegliata, si libera dai lacci delle ragioni metriche, si ribella al controllo e spazia tra pause e a capo con un vigore esclusivamente emotivo. Ma a volte, come in “Un giorno”, tornano, non so se a tradimento o per una scelta volontaria e consapevole, gli echi di letture poetiche, diverse e simili, come l’indimenticabile “Un dì s’io non andrò sempre fuggendo” di Ugo Foscolo oppure i rimandi alla poesia religiosa come in “Preghiera” dove sofferenza e anelito alla pace parlano la stessa lingua di Francesco d’Assisi. E, a sorpresa, il dolore trova il proprio veicolo direi quasi “naturale” nella lingua napoletana di alcune poesie potenti e meravigliose per ritmo e musicalità: valga come esempio quel bellissimo “comma na canaria ca canta pe sse sola / e se ne va po’ cielo nero, azzurro”. Fatta di silenzi e di musica, di pianto e di rimpianto, la poesia di Maria Teresa Manta si impone all’attenzione del lettore.

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