Speranze e paure, poesie di Fabrizio Coccia

Speranze e paure - executive-framed

draw_pen_256-21recensione a cura di: Nadia Bertolani

Le luci e le ombre

Il sottotitolo “Riflessioni di vita” è quasi una dichiarazione programmatica: verrebbe da pensare che per Fabrizio Coccia scrivere in versi obbedisca più ai dettami del pensiero che alla registrazione di stati d’animo e che l’atto del riflettere abbia la priorità sulla musica delle parole. Ma non è così: in “29 giugno”, per esempio, le condizioni sentimentali della malinconia e della solitudine trovano una musicalità molto evocativa. La riflessione, dunque, non è puro esercizio intellettuale ma coincide con la sensazione intima e la parola poetica ne trae giovamento. Il ventaglio di pensieri e sensazioni presente in queste poesie è ricchissimo: prevale una panoramica di paesaggi e di colori che contribuisce a rendere “vaga” e perciò molto suggestiva l’espressione poetica. L’autunno celebrato con le connotazioni cromatiche del “bronzo ossidato” e del “rosso vivo” favorisce il pensiero e il pensiero si lega al sentimento: “Si disperde / la dispersione… E ritorno / a volermi bene…”. È questa una poesia dell’anima dove gli oggetti compaiono raramente ma sono indicativi: una collana spezzata, un vetro incrinato, un disco difettoso, bacheche polverose sono i correlativi oggettivi di una eliotiana Terra Desolata. Tuttavia la desolazione, l’ansia, le paure non sono l’unico tema di questa raccolta perché, come ben anticipa il titolo, le paure si alternano alle speranze, sempre risorgenti e irrinunciabili. E allora ecco le “insperate visioni” della poesia “Rinascita”, ecco “Andrò avanti” “per contrastare l’arido che preme”, ecco che “germoglia… una genuina voglia di sano”, ecco la ribellione alla “terra bruciata, impastata di veleni” con un deliberato “Adesso sono io la differenza”. Tale altalena di cadute disperate e di resurrezioni, “nonostante tutto”, ha a volte una cadenza fatta di strappi e di lacerazioni improvvise ma, altre volte, l’opposizione speranze/paure si traduce nell’antitesi tra una Natura in coloratissimo letargo e il risveglio dell’anima e tutto si stempera in un sentimento quieto e rassicurante. Le scelte stilistiche di Fabrizio Coccia sono in armonia con l’eterna incertezza del vivere che è il motivo dominante: in “Interno d’autunno”, il gerundio “Percorrendo” è una forma verbale indefinita voluta quasi a indicare un’attesa che sarà soddisfatta solo nei versi conclusivi. La frequenza delle frasi nominali o sospese, indica quanto sia rischioso dire esplicitamente, come se fosse arrogante il tentativo di concludere qualcosa che rimane nell’aria, chissà se come una promessa o una minaccia. L’importanza dell’attimo, l’incertezza che tutto accada “troppo presto o troppo tardi” è accolta con sgomento, come un punto di equilibrio precario tra speranze e paure. La ricorrenza di verbi come “pulsare” e “picchiare” e “pungere” segnala ansie e timori e attese che irrompono dall’esterno come estranee, dotate di un’esistenza indipendente dalla voce poetica. E compare, magnifico nella sua profondità, il tema del linguaggio: “… a quali parole ciarlatane, / mi appello ancora” che fatica a decifrare “questa vita incomprensibile”. A tal riguardo, emblematica è la poesia “Il buio oltre” : “Dicono di lui, / cose spaventevoli. / Ma sarà, forse, / che parla / un linguaggio diverso. / Dunque destinato, / ad essere incompreso.” L’imperscrutabilità della vita è ben disegnata da questa cortina di “buio oltre” che appare come un geroglifico in attesa di essere decrittato. Anche in altri versi viene ribadito che il cammino dell’uomo è “Un destreggiarsi continuo / fra suoli precari… è un disperato bisogno/di credere, / quello che ci confonde. / Con i suoi troppi abbagli. Così, a volte, vince il desiderio di viaggi definitivi là dove non si possa essere ritrovati o risvegliati da un sogno come se solo nel sogno l’uomo possa davvero “esistere”. Parole nate dalle paure. Parole nate dalle speranze. Ma alla fine, su tutte, sono queste a brillare di luce propria: “Stringimi forte”. “A far tacere il cuore non sono mai stato abile”.

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