Disturbi, poesie di Fabrizio Coccia

Disturbi - executive-framed

Quando alla mia attenzione è stato sottoposto l’ultimo lavoro di Fabrizio Coccia, Disturbi, mi sono subito chiesta quale fosse l’argomento cardine dell’intero scritto, il leitmotiv di quella che sarebbe potuta essere l’intenzione iniziale. E’ l’autore stesso, a fornire una prima visione d’insieme dell’opera. E lo fa con queste parole:

Schegge che viaggiano nei giorni, pronte ad insinuarsi per sovvertire momenti di sereno. Disturbi sono: sorrisi interrotti, quei punti neri che giungono a macchiare la visione, quei suoni gravi che di colpo guastano le melodie, quei momenti di gelo che arrivano a sorprendere, anche in pieno sole. Dissonanze che irrompono e si portano via il bello. Buchi scuri che si aprono e come scarichi, fanno convogliare acque chiare. Tuttavia, i disturbi sono parte della nostra esistenza e per questo richiedono la loro attenzione. Nei ritmi sincopati della vita moderna, intervengono come richiami, a ridimensionarci, a rimetterci in discussione, ponendoci di fronte a quelle vulnerabilità che ci appartengono e che spesso tentiamo maldestramente di evadere. La visione che si “spoglia” dai fronzoli, di cui è saturo il nostro quotidiano. Costretti verso scomode e spiacevoli domande, unica via, però, per tornare all’essenza delle cose. Dunque, questa vuole essere tutt’altro che un’opera pessimistica. La definirei, piuttosto, una mia personale indagine sul regno delle ombre che ci scorre affianco e con cui siamo, volenti o nolenti, in convivenza continua.

Le interruzioni di cui si parla sono evidenti nello stile della scrittura poetica, un continuo spezzare di azioni, emozioni e frasi che contribuisce a creare il pathos, l’ambientazione dell’intera opera. E’ come assistere ad un pomeriggio piovoso, mentre la vita continua a scorrere, nelle sue gioie e nelle sue difficoltà ma, soprattutto, negli intoppi che provocano un’interruzione al fluire degli eventi. Emblematica è la frase che anticipa le poesie e che cita testualmente: L’Anima non scende a patti. Mai. E’ ciò che si evince negli scritti: un rifiuto netto di fronte ai compromessi ma, al tempo stesso, l’accettazione attiva di essi, non per subirli ma per trarne forza, per osservarli, contemplarli, tramutarli in melodie scritte che risuonano come tuoni in un cielo plumbeo ma mai annientato. Fatti, emozioni, persone, situazioni, diventano oggetto di riflessione, protagonisti della scena, scandagliati e sfiorati come in leggeri tocchi delle dita che scivolano su un corpo bagnato dalla pioggia ma che non può rabbrividire solo per il freddo. Testimone delle ombre, Fabrizio Coccia continua il suo ballo, simile ad un lamento nella notte che si spegne in un respiro, nei pensieri di una sera dove pare che nulla voglia venire in soccorso. E, solo in poche parole, si rischia di perdere il controllo, la fragile certezza che, tuttavia, continua ad esistere, nonostante il debito rosso, l’amaro impeto dell’acuto, l’eterna domanda che assilla tutti noi: perché? Tra le macerie scorte oltre la finestra, l’autore incontra uomini in nero, sagome composte senza nome, impeccabili in un quotidiano dove tutto sembra rimanere fermo, in un silenzio glaciale che innerva brividi. E’ così che il sonno di ghiaccio diventa l’unica maniera per sopravvivere, è così che gli spasmi in una notte di novembre si mutano in pianto, è così che il degrado getta ombre di crisi sulla placida serenità. L’anima continua ad essere spaesata, nonostante il taglio netto, il Nodo di Gordio che sancisce l’estrema risoluzione; non è possibile mentire di fronte agli occhi dell’amore, non è possibile evitare le visioni del passato, e, mentre tutto sembra essere sbagliato, mentre le solitudini urbane diventano tedio e ipocrisia, resta solo un attimo di respiro, prima di tornare ad essere simile ad una biglia di vetro che rotola, inesorabilmente, su un piano inclinato. E’ forse, l’oblio, il mostro che irrompe e saccheggia, senza pietà, che lancia dadi neri di cui non si conoscono gli esiti, mentre l’autore cinge il suo capo con la corona del Re del Nulla? Umiliazione, dolore, silenzio, dubbi… sono solo alcuni dei disturbi che caratterizzano il finale dell’opera, dove si respira aria salata, tra le nebbie dei titoli di coda, dove si consuma la fine di un ennesimo, drammatico film. E, solo alla fine, Fabrizio Coccia ringrazia Dio, il vero autore di questo libro. Il vero autore della vita e dei suoi impeccabili, imperturbabili disturbi.

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FABRIZIO COCCIA | scheda libro | acquista libro Distribuito con Licenza Creative Commons 4.0
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