Il lago delle fate, libro di Pierangelo Colombo

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draw_pen_256-21recensione a cura di: Giovanni Mannino

Le vicende di questo interessante libro offrono lo spunto per disquisire su un argomento sempre attuale e mai svelato fino in fondo: l’adolescenza e il disagio giovanile.

     Adolescenza deriva dal latino adolescens e significa “crescere fino a diventare adulti”. Laura, la protagonista del libro di Pierangelo Colombo, ha una gran fretta di emanciparsi emotivamente dai genitori, di vivere la stagione dell’innamoramento, ma questo suo vibrante desiderio si scontra con la dura legge del trapasso dalla giovinezza alla maturità. Il senso d’inadeguatezza che accompagna ogni suo gesto, ogni sua parola o desiderio, è asfissiante. Vorrebbe essere alta, bionda, snella, con gambe affusolate, occhi chiari e capelli lisci; l’esatto contrario dell’immagine che lo specchio le rimanda. Si sente sfigata e per giunta costretta a condurre un’esistenza familiare soffocante e per nulla stimolante. Quando i genitori la “costringono” a trascorrere con loro le vacanze in un paesino delle Prealpi Orobiche il suo malessere tocca l’apice. Ancora non sa che in quello sperduto angolo di mondo conoscerà due ragazzi fuori dal comune, un tipo strano forte e Red il rosso, e vivrà l’esperienza indimenticabile del lago delle fate durante la quale il brusio prosaico del tempo pare annullarsi.

    La trama del racconto è uno spazio rassicurante, un lago in cui l’autore fa confluire tutte le componenti critiche del disagio giovanile, perché lì trovino il riconoscimento e il conforto che meritano. Nel tentativo di rendere comprensibile per gli adulti una realtà ormai lontana, l’autore utilizza le stesse parole degli adolescenti, il loro linguaggio diventa così il veicolo attraverso cui è possibile traghettare i loro sentimenti. A dispetto dell’età qui rappresentata, i personaggi del libro sono ben caratterizzati ma solo la vita si rivela capace di intrecciarsi realmente nelle loro esistenze, mettendo in luce con mirabile maestria le speranze, le illusioni, le paure e le inquietudini del quotidiano divenire.

      Spesso si sente dire che l’adolescente non è né carne né pesce, ossia non è più bambino ma non è nemmeno ancora adulto. Partendo da questo assunto, l’autore conduce il lettore su un livello di analisi più profondo affinché emerga il nocciolo della discussione. Ne guadagna sia la lirica sia il senso del racconto, che improvvisamente si svela con disarmante naturalezza attraverso le parole di Marco: «L’unico pesce che segue la corrente, è il pesce morto». E’ così che si sente Laura, dopo avere scoperto l’amicizia vera e averla tradita per mancanza di una propria autonomia di pensiero, di emozioni e responsabilità, incapace di scindere il proprio io dal continuum sociale ed esistenziale: un pesce morto che galleggia nella corrente delle mode, del branco, dell’apparire. Il mazzo di fiori che Marco le fa recapitare è l’ultimo omaggio e un cordiale invito che la vita fa, non solo agli adolescenti, ma a chi troverà il coraggio di essere se stesso.

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